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Macbeth a Pisa.
Rappresentazione di Domenica 2 novembre 2025
di Fulvio Venturi
Emozionato. Come sempre quando vado a vedere uno spettacolo a Pisa, emozionato. È così dalla mia prima volta al Verdi. Era il 1970, cinquantacinque anni fa. Ne avrei di cose da dire e di persone da ricordare legate a quel luogo. Grandi appassionati, Piero Lapucci, Giampaolo Testi, che ti dicevano tutto del Verdi, da Beniamino Gigli a Vasco Carmignani, il baritono Marcello Rossi, l'altro baritono Giuseppe Cassoli. Aneddoti leggendari. Un signore austero, nonagenario come l'Inquisitore del Don Carlo, che diceva "Titta Ruffo era chiaro, Arturo Romboli, quella era una voce nera". E rappresentazioni fiammeggianti. Provincia, certo, ma che passione. E un teatro dove talvolta potevi anche concederti il lusso di ascoltare Cornell McNeill, oppure Nicolai Ghiuselev, oppure Bonaldo Giaiotti, se non Giacomo Aragall, Ottavio Garaventa, Flaviano Labò, Virginia Zeani, Orianna Santunione. Per un'antica progenie che porta a Lelio Casini, Emilio Barbieri, Oreste Benedetti e Titta Tuffo, in terra pisana il baritono è sovrano e in quel lontano 1970 che mi vide arrivare quindicenne al Verdi non si era ancora spenta l'eco di un Macbeth che si era dato sette anni avanti. Recite a loro modo epiche, sia per la scelta del titolo - di Macbeth nel 1963 si sentiva parlare ancora poco, specie in provincia - sia per l'episodio che in una notte vide sostituire a causa di una raucedine improvvisa il protagonista Giangiacomo Guelfi con Paolo Silveri, due celebrità.
Questo per dire di quei legami che, tangibili o no, si creano in teatro.
Dunque nel segno di una tradizione legata sia a Pisa, "terra di baritoni", che al repertorio, il nuovo corso del Verdi (Fondazione Teatro di Pisa), presidente Diego Fiorini, direttore artistico Marco Tutino, ha scelto Macbeth opera baritonale e insondabile quante altre mai. Scelta felice, affidata a Fabio Ceresa, regista ancora giovane che tuttavia nel campo scozzese e oscuro ha dimostrato di sapere il fatto suo, ad esempio con uno splendido Guglielmo Ratcliff a Wexford nel 2018. A Pisa, coadiuvato da Tiziano Santi per le scene, Giuseppe Palella per i costumi, Cristian Zucaro per le luci e Mattia Agatiello per la coreografia, Ceresa ha ideato uno spettacolo verdianamente corrusco, dominato dai colori dell'azzurro e dell'oro, disseminato di paillettes quale voluttà del potere, dove i personaggi escono da un quadrato ancestrale e magico, streghe fisicamente attraenti e Lady più malata che avida. Segno registico non proprio irresistibile, ma Verdi e soprattutto Macbeth c'erano.
Ugualmente il direttore Giuseppe Finzi avrebbe potuto scavare più profondamente nelle spire del misterioso in ragione di colori e velami che in questa partitura si fanno spesso evidenti. Ha scelto invece la via del Verdi "da battaglia", tempi serrati e sonorità cospicue, forse un po' troppo tradizionale, ma pur sempre in linea anche cronologicamente con il Verdi quarantottesco. E con la bacchetta ha dimostrato solidità e sicurezza anche nel rapporto col palcoscenico. Qui il coro Arché (maestro imprescindibile Marco Bargagna) a parte qualche piccolissima indecisione è assurto a livello di protagonista, specie nel finale liberatorio e incendiario, tutto sovrastando nell'inno della vittoria. Nessuno mai mi convincerà che Verdi avesse le idee proprio chiarissime in questo punto, ma siamo nel campo delle idee personali. Franco Vassallo con la sua bellissima voce puramente baritonale è un protagonista fin troppo sbalzato e michelangiolesco più che shakespeariano. Splendidi suoni, vigore drammatico fortissimo specie nella scena delle apparizioni, morbidezza nel "Pietà, rispetto, amore". Chapeau. Un briciolo più d'introspezione e saremmo di fronte ad un Macbeth maximus. Ma c'è di che essere ampiamente soddisfatti. Su un livello interpretativo forse più alto si è collocata la Lady Macbeth di Vittoria Yeo, con un giusto peso vocale, e una decorosa attenzione alle agilità discendenti sempre pericolose. Bene nella sortita (con la lettera letta a mezzo dal consorte, soluzione che non apprezzeremo mai. La lettura della lettera è della Lady e basta), benissimo nella "Luce langue" e nei duetti, ottima nel sonnambulismo, re bemolle incluso. Due ben stagliati cammei sono dunque giunti da Roberto Scandiuzzi, Banco, e Matteo Falcier, Macduff. Scandiuzzi dispone ancora in un imponente mezzo vocale di vero basso che ha dispiegato con saggezza e proprietà espressiva nei primi due atti dell'opera e Matteo Falcier ha disegnato un dolente e accorato Macduff con la sua pura liricità tenorile. Ben assegnate le parti di fianco, a partire dallo squillante Malcolm di Francesco Pittari per finire con la Dama di Barbara Massaro ed il plurimo (Medico, domestico, prima apparizione) Alin Anca. Menzione d'onore per Ludovico Ulivelli e Sofia Ristori, solisti del coro voci bianche della Scuola di Musica G. Bonamici, intonatissimi come seconda e terza apparizione. ORT Orchestra della Toscana parte fondante di un successo coi fiocchi. Ad multos annos, nuovo Teatro Verdi.

Foto di scena - credits Uff. Stampa Teatro Verdi di Pisa

Foto degli applausi finali






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